|
Lo
stretching si può sicuramente
annoverare tra le metodiche d'allenamento maggiormente utilizzate
nell'ambito delle più svariate discipline sportive.
Imparare a
farlo è semplice, il problema è impararlo a farlo bene!
Il modo
corretto di svolgerlo consiste in un allungamento rilassato e
prolungato; il modo scorretto è farlo molleggiato e/o fino alla
soglia del dolore. Spesso quest’ultimo modo fa più male che bene.
Se cominciamo
invece nel migliore dei modi, con regolarità e costanza, ben presto
vedremo che la nostra tensione muscolare si ridurrà e che ogni
movimento ci sembrerà più facile.
Quando
iniziate a far stretching, restate per 10-15 secondi nella fase di
allungamento “facile”. Non molleggiate! Arrivate fino a sentire una
tensione “piacevole” e cercate di rilassarvi mantenendo questa
posizione. Con il passare dei secondi, la sensazione di tensione
tenderà a scomparire, ma se al contrario appare del fastidio,
allentate leggermente il grado di tensione muscolare.
Se il disagio
scompare o non lo avete proprio avvertito, cominciate ad allungarvi
nuovamente (senza molleggiare) fino a che non avvertite un grado di
tensione “moderato”, rimanete in questa posizione per altri 10-15
secondi.
Se nuovamente
al termine la tensione diminuisce vuol dire che abbiamo usato il
giusto grado di allungamento, altrimenti allentate il tutto: state
forzando troppo!
Ricordatevi
ogni volta di rilassarvi; associate una respirazione lenta e
ritmica: espirate durante l’allungamento e associate una
respirazione lenta e controllata alla fase di mantenimento della
postura. Se durante lo stretching non riuscite a respirare
regolarmente in maniera naturale, vuol dire che non riuscite a
rilassarvi: allentate di nuovo la tensione muscolare.
Questo è
quello che la maggior parte degli allenatori o preparatori atletici
vi può insegnare.
Purtroppo non
è così tutto semplice e lineare e per comprendere meglio come
avviene il meccanismo di allungamento delle fibre muscolari, o
perché invece commettiamo degli errori, dobbiamo inoltrarci nella
fisiologia muscolare.
Nelle
strutture muscolo-tendinee sono infatti presenti due tipi di
recettori nervosi: i fusi neuromuscolari e gli organi tendinei del
Golgi. I fusi sono posti in parallelo rispetto al muscolo, e
rispondono allo stiramento del muscolo stesso con una risposta
contrattile grazie a quello che si chiama riflesso miotatico
.Il riflesso miotatico da stiramento, è una risposta
muscolare di tipo contrattile, nei confronti di un repentino ed
inaspettato aumento della lunghezza del muscolo, rivolta alla sua
salvaguardia strutturale. Questo
tipo di meccanismo, ha indotto ad indicare come potenzialmente
pericolosi tutti quei tipi di allungamento muscolare effettuati
sotto forma dinamica attraverso movimenti di tipo “molleggiante”.
Tuttavia,come vedremo in seguito, questo tipo di movimento, parte
integrante di molte discipline sportive, trova una giusta
collocazione nell’ambito di un programma specifico di stretching
rivolto al miglioramento della flessibilità.
Gli organi
tendinei del Golgi (OTG) sono disposti in serie rispetto alle fibre
muscolari e la loro funzione fisiologica è quella di rispondere alle
variazioni di tensione del tendine causate dalla contrazione
muscolare, oppure da stiramenti di tipo passivo, come ad esempio
durante lo stretching.
Tuttavia,
occorre sottolineare che gli OTG, risulterebbero essere maggiormente
sensibili alle tensioni generate dalla contrazione muscolare
piuttosto che dall’allungamento passivo del complesso
muscolotendineo, per questo motivo la loro funzione assume un ruolo
molto rilevante in tutte quelle tecniche di stretching, che
prevedano la contrazione del muscolo da allungare. Inoltre, è bene
ricordare che per attivare gli OTG ed ottenere una risposta da
questi ultimi, è necessario uno stretching particolarmente intenso.
Gli OTG intervengono al fine di ridurre l’eccessiva tensione
muscolare, attraverso un meccanismo che va sotto il nome di
“riflesso miotatico inverso”, che si esplica sia attraverso
un’azione inibitoria nei confronti della muscolatura agonista
(muscoli che compiono il movimento), che tramite una facilitazione
della muscolatura antagonista (muscoli che si oppongono al
movimento). Il riflesso miotatico inverso si può considerare come un
riflesso con “funzione protettrice” nei confronti del complesso
muscolo-tendineo. Quest’ultimo infatti, potrebbe subire degli
insulti traumatici nel caso in cui dovesse sopportare delle tensioni
eccessivamente elevate.
In ogni caso,
il riflesso miotatico inverso, presenta delle importanti
implicazioni nell’ambito dello stretching.
Infatti, nel
momento in cui un atleta mantiene una posizione di allungamento,
esercita una notevole tensione a livello del gruppo muscolare
interessato, se questa tensione fosse inibita, l’atleta potrebbe
raggiungere delle posizioni di allungamento ancor maggiori.
Utilizzando una metodica di stretching denominata
“contrazione-rilassamento” (che verrà descritta in seguito), è
possibile indurre un rilassamento nella muscolatura coinvolta,
ottenendone un maggior allungamento. Se ad esempio si cerca di
allungare un muscolo sino al punto in cui, un suo ulteriore
allungamento, viene di fatto impedito dalla tensione esercitata sul
muscolo stesso, un’ulteriore contrazione volontaria di quest’ultimo,
per un periodo compreso tra i 6 ed i 15 secondi, induce gli OTG a
promuovere il meccanismo di riflesso miotatico inverso, il cui
effetto permetterà l’allungamento del muscolo al di là del punto
critico precedentemente raggiunto.
Abbiamo visto
che i muscoli che effettuano il movimento stesso vengono definiti
agonisti, mentre quelli che, da un punto di vista biomeccanico,
mostrano un’azione opposta al movimento effettuato, vengono definiti
con il termine di antagonisti. Così nel movimento di estensione del
ginocchio, il quadricipite riveste il ruolo di muscolo agonista,
mentre gli ischiocrurali interpretano quello di antagonista, in
altre parole, mentre il quadricipite si contrae, allo scopo di
effettuare il movimento di estensione, il bicipite femorale è
rilassato. Questo tipo di schema di attivazione neuro-muscolare è
possibile grazie ad un meccanismo nervoso che viene definito con il
termine di “innervazione reciproca”.
Il meccanismo
d’innervazione reciproca, è alla base di alcune tecniche di
stretching particolarmente avanzate. In effetti la contrazione del
muscolo antagonista può indurre un maggior rilassamento del
corrispondente muscolo agonista che in quel momento viene sottoposto
ad allungamento. Se ad esempio s’intende allungare il muscolo
bicipite femorale, la contrazione del quadricipite, grazie al
meccanismo indotto dall’innervazione reciproca, può comportare un
maggior rilassamento del bicipite stesso, facilitandone
l’allungamento.
Se abbiamo
compreso i principi fisiologici basilari, possiamo ora andare a
vedere quali sono i tipi di stretching e le loro modalità.
Volendoli
elencare abbiamo:
Stretching
statico:
talvolta erroneamente confuso con lo stretching passivo, la metodica
è basata sul raggiungimento ed il mantenimento, per un certo periodo
di tempo, della massima posizione di allungamento possibile da parte
dell’atleta.
Questa
metodica presenta alcuni vantaggi che si possono così riassumere:
- semplice
esecuzione
- minimo
dispendio energetico
- non risente
del riflesso da stiramento
- se si
generano tensioni particolarmente intense, può indurre un
rilassamento muscolare attraverso il riflesso miotatico inverso
Durante la
maggior parte delle discipline sportive l’unità muscolo-tendinea
deve sopportare delle elongazioni violente e repentine; movimenti
dinamici che non ritroviamo con la metodica di stretching statico.
Per questa
ragione gli esercizi d’allungamento statico andrebbero associati con
quelli dinamici.
Stretching
passivo:
in
questa metodica, l’atleta non partecipa attivamente al
raggiungimento dei diversi gradi di escursione articolare, che
invece sono raggiunti grazie all’applicazione di una forza manuale
esterna, come quella di un fisioterapista o di un compagno
d’allenamento.
Questo tipo di
tecnica è normalmente utilizzata in ambito riabilitativo,
soprattutto
nei casi di rigidità articolare in seguito a traumi e periodi di
immobilizzazione forzata.
Tra i vantaggi
di questa metodica troviamo:
- è efficace
quando i muscoli agonisti sono troppo deboli per poter svolgere
attivamente l’allungamento
- permette un
allungamento che può andare al di là delle normali escursioni che si
raggiungono con lo stretching attivo.
Stretching
dinamico:
questa
metodica ha una tecnica esecutiva di tipo ritmico e “rimbalzante”,
il cui scopo è quello di forzare il movimento stesso verso i limiti
massimi di escursione articolare. La tecnica “rimbalzante” è la più
criticata, vista la sua potenziale pericolosità in termini di
possibili danni muscolari provocabili.
I principali
svantaggi di questo tecnica sono:
- il minimo
tempo d’allungamento non permette un adeguato adattamento dei
tessuti nei confronti dello stiramento stesso
- la velocità
dell’allungamento stimola il riflesso miotatico da stiramento.
Secondo alcune
teorie però, lo stretching dinamico ha innumerevoli vantaggi perché
la velocità d’allungamento è la più sovrapponibile possibile a
quella che si riscontra durante l’esecuzione del gesto della corsa.
Un compromesso
potrebbe essere quello di adottare un programma di lavoro in
cui,(preceduto da un’adeguata fase di riscaldamento) la velocità e
l’ampiezza dell’allungamento vengono aumentate progressivamente,
permettendo in tal modo un graduale adattamento delle strutture
muscolo-tendinee, riducendo al minimo il rischio d’incidente.
Stretching
attivo:
questa
metodica è basata sull’utilizzo di tecniche che comportano il
raggiungimento e il mantenimento della massima posizione di
allungamento,
conseguita solo con la contrazione muscolare attiva.
Le tecniche di
stretching attivo, quindi escludono qualsiasi intervento esterno. È
importante ricordare che la tensione della muscolatura agonista
contribuisce al rilassamento della muscolatura antagonista (ossia
quella sottoposta ad allungamento), grazie al fenomeno
dell’inibizione reciproca.
Lo stretching
attivo viene utilizzato soprattutto per la ricerca di una
flessibilità dinamica che si dimostra molto più “vicina” al gesto
atletico, rispetto alla flessibilità di tipo passivo.
Tuttavia, tra
gli svantaggi di questa tecnica, troviamo lo stimolo del riflesso
miotatico da stiramento.
Stretching
isometrico:
questa
tecnica si compone di tre parti distinte:
- inizialmente
si assume la posizione di stretching passivo desiderata
- poi si
effettua una contrazione isometrica contro una resistenza esterna
fissa (grazie ad un compagno o contro una parete) per 10-15 secondi
- infine si
cerca di rilassare il muscolo contratto per una durata di almeno il
doppio del tempo della fase precedente.
Tra i vantaggi
troviamo che lo stretching isometrico è considerato come una delle
migliori ed efficaci tecniche per ridurre la sensazione dolorosa
associata all’allungamento.
Tra gli
svantaggi troviamo che il forte allungamento muscolo-tendineo
prodotto con la contrazione isometrica produce, può alzare
notevolmente il rischio di lesioni a livello tendineo e
connettivale.
Stretching
PFN:
Allo
stato attuale delle conoscenze il PNF stretching, (PNF è l’acronimo
di Facilitazione Propriocettiva Neuromuscolare) è considerato come
la miglior tecnica grazie alla quale è possibile incrementare la
flessibilità
statico-passiva. Questo è dovuto
al fatto che il PNF, risulta essere una combinazione tra lo
stretching passivo e quello isometrico.
Infatti tale
metodica prevede prima l’allungamento passivo del gruppo muscolare
interessato, poi viene contratto isometricamente contro una
resistenza inamovibile ed in seguito nuovamente allungato
passivamente grazie all’intervento di un compagno o del
fisioterapista.
Tra le
tecniche di PNF stretching maggiormente utilizzate troviamo:
- La tecnica
di contrazione rilassamento (CR): nella tecnica di CR, il muscolo
antagonista viene prima allungato passivamente dall’operatore, in
seguito viene richiesta all’atleta una contrazione isometrica della
muscolatura allungata contro la resistenza fornita dall’operatore
della durata di circa 7-15 secondi, dopo di che il muscolo viene
brevemente rilassato per 2-3 secondi ed infine nuovamente allungato
passivamente per circa 10-15 secondi.
La pausa che
occorre rispettare tra due tecniche di CR consecutive è di circa 20
secondi. La tecnica si basa sul principio che la contrazione
isometrica dell’antagonista è in grado di stimolare, grazie
all’azione inibitrice degli organi tendinei del Golgi, una
successiva fase di rilassamento durante la quale è possibile
incrementare passivamente l’escursione articolare.
- La tecnica
contrazione-rilassamento-contrazione (CRC): questa tecnica,comporta,
dopo una prima fase di allungamento passivo, due contrazioni
isometriche, la prima dell’antagonista e la seconda a carico
dell’agonista, in seguito, come nella tecnica precedente, si
effettua un’ultima fase di allungamento passivo.
La tecnica CRC si basa sul principio dell’inibizione
reciproca, secondo il quale la contrazione dell’agonista
comporterebbe un ulteriore rilassamento dell’antagonista (ossia del
muscolo sottoposto ad allungamento).
Esistono poi
altre tecniche di PFN, ma visto le loro difficoltà di esecuzione,
vengono applicate solo durante un trattamento di rieducazione
funzionale seguito dal fisioterapista.
Indipendentemente dal tipo di stretching effettuato, vi è
indicazione ad un suo sistematico utilizzo e soprattutto vi è sempre
un effetto e/o vantaggio pratico sul:
-
riscaldamento,
-
la
prevenzione degli incidenti muscolari,
-
l’influenza sulla prestazione,
-
la
possibilità di diminuire il dolore muscolare tardivo.
Riscaldamento:
Lo stretching
è largamente utilizzato nell’ambito del riscaldamento anche se, la
sua possibile efficacia nel provocare un innalzamento della
temperatura del muscolo, sarebbe molto discutibile. Ricordiamo
infatti che la temperatura ideale alla quale il muscolo ottimizza le
proprie caratteristiche visco-elastiche, è all’incirca di 39° C e
che alcuni studi dimostrerebbero addirittura, che utilizzare lo
stretching come mezzo esclusivo sul quale basare il riscaldamento
pre-gara è sicuramente insufficiente.
Sicuramente la
scelta più corretta è integrare lo stretching in uno schema di
riscaldamento basato soprattutto su altri tipi d’esercitazione,
maggiormente efficaci nel far aumentare la temperatura interna del
muscolo.
Prevenzione:
recentemente numerosi studi hanno rilevato la mancanza di benefici
derivanti da una pratica regolare dello stretching nei riguardi
della prevenzione dei danni al complesso muscolo-tendineo.
Probabilmente
la mancata correlazione tra capacità di stiramento del muscolo e la
diminuzione di traumi muscolari, potrebbe dipendere dal fatto che in
effetti lo stretching provoca una specie di effetto antalgico,
permettendo in tal modo all’atleta di sopportare allungamenti
muscolari di maggiore entità, cosa che normalmente potrebbe
aumentare il rischio di traumatismi a livello muscolare.
Occorre
inoltre considerare che le cause che generano eventi traumatici è
talmente multifattoriale da rendere improbabile l’ipotesi che lo
stretching possa “prevenire”; occorre invece considerare lo
stretching come uno dei mezzi utilizzabili nell’ambito di una
strategia di intervento rivolto alla prevenzione degli incidenti
muscolari.
Influenza
della prestazione:
tutti pensano
o sperano che lo stretching faccia solamente bene, e quindi adesso
sicuramente qualcuno resterà sorpreso con la mia osservazione:dopo
una seduta di stretching si ha una diminuzione della prestazione di
sprint, una perdita della capacità di forza massimale e di
resistenza alla forza. Questa perdita della capacità prestativa in
seguito ad un seduta di stretching, che comunque deve
necessariamente essere di una certa intensità, trova sostanzialmente
tre tipi di spiegazione:
-
l’allungamento è, da un punto di vista biomeccanico,
assimilabile ad una contrazione di tipo eccentrico, e per
questo motivo, facendo precedere alla prestazione, una
seduta di stretching particolarmente intensa, si corre sia
il rischio di produrre sia dei danni alla struttura
muscolare, che d’incorrere in un fenomeno di affaticamento
muscolare, ed in entrambi i casi la performance ne
risulterebbe ovviamente alterata.
-
un’eccessiva sollecitazione in allungamento di alcuni gruppi
muscolari a discapito di altri, potrebbe alterare la
coordinazione tra gruppi muscolari agonisti ed antagonisti.
-
il
tendine, nel corso di uno stiramento intenso, riduce la
propria capacità di poter accumulare e restituire energia
elastica, diminuendo così le capacità di salto e di spinta.
Diminuzione
del dolore muscolare tardivo:
questo
fenomeno, conosciuto da quasi tutti i podisti, che insorge dopo un
intenso allenamento, ha un origine metabolica e meccanica ben
precisa, e quindi probabilmente lo stretching non ha nessun
riscontro positivo per ridurre in qualche modo il problema in
questione. Anzi, una seduta di stretching particolarmente intensa
può provocare gli stessi danni muscolari, e quindi la stessa
sensazione dolorosa, di una seduta di allenamento. Pensare quindi di
ridurre il dolore con lo stretching non trova nessuna risposta
scientifica.
Perché fare
stretching allora?
La
bibliografia ci insegna che lo stretching (se eseguito nel modo
corretto e con le giuste indicazioni):
-
riduce la
tensione muscolare e favorisce un rilassamento generale
-
aiuta la
coordinazione e la fluidità dei movimenti
-
aumenta
l’ampiezza dei movimenti
-
aiuta a
prevenire i traumi muscolari
-
prepara il
gesto atletico
-
serve a
combattere la rigidità d’invecchiamento
-
aumenta la
conoscenza del proprio schema corporeo
-
……. vi fa
sentire bene …..
Bastianelli Michele |